Casa dolce casa
Ovvero: trasformazione degli spazi, in casa e in azienda
Quando ci siamo trasferiti nella casa dove abitiamo oggi avevamo zero figli, qualche scatolone di libri e un bel tavolino basso di design in vetro. Quattro anni più tardi abbiamo due figli, il triplo dei libri considerando tutti gli albi illustrati e ci siamo disfatti per sempre del tavolino di vetro, che da un giorno all’altro è stato venduto senza tante cerimonie a una coppia più giovane di noi. Al suo posto è entrato un tappeto lavabile, una serie infinita di Lego e la prova inconfutabile che casa nostra, come noi, era diventata un’altra cosa.
La libreria ha iniziato ad arretrare sempre di più per far posto ogni pomeriggio alla pista del trenino; il divano, soprattutto nei weekend, perde la sua funzione originale di accoglienza e diventa principalmente un trampolino; e tutte le mattine il corridoio è una pista per le macchinine o di atletica con tanto di salto in lungo, a seconda di come gira la luna.
Non so quando è successo che la casa si sia trasformata in maniera così travolgente, forse è stato quando questo fantomatico tavolino di vetro ha lasciato casa nostra; ogni rivoluzione parte da piccoli cambiamenti che sedimentano fino alla deflagrazione finale e così è stato anche per noi.
Ci sono case molto, molto piene di roba, case vuote che aspettano di essere riempite, case che sembrano uscite da Pinterest e case, come la nostra, in cui si sarebbe portati a pensare che un folletto impazzito si sia divertito a lasciare i lego in bagno, il pupazzo di una scimmia su un seggiolone e una bambola in cucina.
La disposizione, il colore, la qualità dei mobili e degli oggetti in una casa racconta molto di chi la abita, così come ogni scelta di disposizione racconta di come si svolgono le routine domestiche, quali comportamenti, rituali e abitudini; per esempio, a casa nostra, la torre montessoriana attaccata al piano cottura indica che qui i cuochi sono almeno due. Ma magari ripassate tra 6 mesi e le cose saranno cambiate, in una bozza infinita che evolve con noi.
Delle case in generale mi affascina la cucina: appena posso, quando posso e se posso, delle case in cui mi capita di essere invitata o nei ristoranti mi piace andare a vedere come è fatta la cucina. La cucina è come quei luoghi dietro un palcoscenico dove con calma, con allegria, con un bambino attaccato alle gambe, con concentrazione o rispondendo a un’email si prepara uno spettacolo che andrà in scena altrove. Oggi molto spesso la cucina è a vista, come in quegli spettacoli teatrali in cui gli attori rompono la quarta parete e questo almeno mi risparmia l’incombenza di trovare scuse per entrare a dare un occhio: “Lascia, ti do una mano”.
La nostra è lunga e stretta, non esattamente il layout ideale per uno spazio che però è diventato il centro gravitazionale di tutto: colazioni, crisi, conversazioni e celebrazioni: “Oggi all’asilo ho costruito un camion dei pompieri altissimo!”. Non sempre lo spazio genera i comportamenti che ti aspetti, a volte li subisce, magari si ribella, poi li assorbe e alla fine li fa suoi.
Parent Design
Chi progetta workshop lo sa bene: ogni spazio non è mai neutro. Dove si mette il tavolo, come si orientano le sedie, dove si posizionano gli schermi sono tutte scelte che influenzano quello che succede nello spazio, come le persone si muovono, se collaborano o se si isolano, se si sentono a loro agio o in trappola. In genere si parte da una domanda: cosa deve succedere qui dentro? Poi si progetta e si organizza di conseguenza.
Ammetto che i workshop che conducevo all’inizio della mia carriera non sarebbero stati così efficaci senza una guida esperta in grado di farmi aprire gli occhi sull’importanza di disporre i tavoli in base agli obiettivi specifici di quelle due ore: i tavoli in file da due sono perfetti per una lezione frontale, ma pessimi per un workshop e spostarli in cerchio cambia tutto, con persone che si guardano, si parlano e progettano insieme.
In famiglia questa domanda rimane sempre un po’ implicita, arredando per abitudine, imitazione o per inerzia, finchè non ci si scontra con un tavolino basso di vetro alle 2 di notte mentre si cerca di riaddormentare un bambino di 3 mesi. Riprogettare il layout della casa in base ai nuovi arrivati e alle nuove funzionalità significa chiedersi, come in azienda: questo spazio supporta o ostacola? Il tavolino di vetro mi ostacolava; il tappeto lavabile supporta (e sopporta di tutto, povero tappeto).
Ho smesso di calcolare quanti spostamenti, mutamenti, stravolgimenti e capriole hanno fatto i nostri mobili per provare ad adattarsi ai nostri stili di vita: questa casa ha perso pezzi, accumula segni, si espande per far entrare nuovi amici dei miei figli e si riadatta in continuazione.
Se quattro anni fa, prima di arrivare in questa casa, avessi potuto prevedere tutto questo, dati causa e pretesto, forse non rifarei lo stesso nella scelta dei mobili, ma a volte serve sbatterci contro (letteralmente, alle due di notte) per capire veramente come ti assomiglia una casa.
Che c’è da leggere?
Casa di Veronica la immagino straripante di albi e questo è quello che ci consiglia oggi:
Proprio settimana scorsa ho trovato in libreria un albo che mi è piaciuto moltissimo e che è perfetto per il tema di oggi: La mia casa su misura di Élise Peyrache, pubblicato da 24ORE Cultura Kids. Una storia semplice ma significativa con illustrazioni bellissime e pagine con finestre e tagli incosueti che sorprendono.
Ogni estate, una famiglia torna nella casa di montagna: gli stessi libri impolverati, la tovaglia a quadretti, la cameretta in soffitta. I bambini conoscono ogni angolo della casa, anche di quella dei vicini. Tutto è familiare e rassicurante. Durante una passeggiata nel bosco, però, hanno un’idea: costruire una casa su misura per loro. Raccolgono rami, foglie, piccoli tesori. Progettano, immaginano e creano meravigliose case sugli alberi che li fanno sentire liberi e autonomi.
Si torna in città tra palazzi alti, rumore e gente troppo indaffarata. Un ambiente poco adatto ai bisogni dei bambini. Ma l’idea torna a ronzare in testa: e se anche lì potessero costruirsi qualcosa su misura? Non servono per forza boschi o grandi giardini. Basta un angolo del salotto, una tenda improvvisata con 4 scope incrociate, una scatola che diventa rifugio, una coperta grande sopra un tavolo.
Le case migliori sono quelle pensate e sistemate su misura dei nostri bisogni e abitudini, quelle che rispecchiano le nostre personalità. Possiamo dimenticarci dell’ordine e del silenzio di prima, ma vuoi mettere trovare un bambino sotto i panni stesi che fa finta di essere in un fortino?
Se in questo articolo hai riconosciuto qualcosa, una stanza, un oggetto, una versione della tua casa che non c’è più, allora prenditi pure la libertà di abitare questo spazio come meglio credi: scrivimi, commenta, condividi o salva questo articolo per leggerlo con più calma su un divano (magari quando non è un trampolino).
Ciao,
Maria Carla





Noi abbiamo cambiato casa quando nostra figlia era nata da poco più di un anno. Il nostro primo appartamento era molto piccolo: tutto era sovrapposto a qualcos’altro o in disordine. Ho amato profondamente quella casa da single e in coppia, almeno quanto l’ho sofferta da madre. Entrare in questo nuovo spazio, sufficientemente grande per noi e luminoso, è stata una vera svolta. ❤️ Cucine con tavolo tondo per me!
Noi abbiamo comprato casa quando cercavamo una gravidanza, che poi è arrivata due anni dopo. Viviamo in un paese della Tuscia ed è una vecchia casa medievale modificata e tagliuzzata nel corso dei secoli, e per sua natura le stanze, tutte su livelli diversi, si "mischiano" poco. Questo significa che riesco a tenere abbastanza facilmente gli spazi separati: i giochi della bimba -e, tra pochi mesi, dei bimbi- nella loro stanza, i libri -di tutti- nello studio, i vestiti -di tutti- nella cabina armadio.
Devo dire però una cosa: tenere libera dalle cose della bimba lo spazio principale della casa, vale a dire l'open space cucina-salotto è stata una delle cose che veramente hanno curato la mia depressione post partum. Lei ha dei giochi, dei libri e dei colori che usa quando è in questa stanza, ma che vengono poi messi subito a posto e tenuti in un pouf contenitore. Faccio tanta selezione anche dei giochi che ci regalano (restituisco, do via, scambio, regalo se troppo grossi...), per evitare che la casa venga mangiata, e vivendo in un paese è facile che lei viva molta parte della giornata fuori o con le vicine. Tutto questo magari mi rende un po' una mamma crudele, ma mantenere lo spazio principale libero mi permette di tenerlo sempre con una parvenza di ordine che mi ha aiutata e mi aiuta incredibilmente in questo lungo processo di guarigione e equilibrio, e anche di amore verso di lei.
La sfida sarà continuare così con il secondo in arrivo...