L'età del dubbio
Ovvero: "Perchè?" e AI
Se dovessimo, molto semplicisticamente, dividere il mondo in due macro categorie, matematica o lettere, non avrei dubbi da che parte stare. Al tipico quesito classico o scientifico, italiano o algebra, rispondo con le idee molto chiare.
“Quo usque tandem Catilina abutere patientia nostra?” Ma sentite che intro. Che ouverture. Che pathos.
“Che palle” diceva invece mia sorella, che a Cicerone e a Cartesio ha sempre preferito gli assi cartesiani.
Invece Cartesio è la mia personale fonte di ispirazione in questo momento con il suo magico, sempre attuale, imprescindibile “Cogito ergo sum”. E a giudicare dall’ammontare sempre crescente di “Perchè?” dei miei figli, credo di poter dire che sia un filosofo che parla a tutte le generazioni.

Personalmente riformulerei il “Cogito ergo sum” in “Dubito ergo sum”: se il pensiero è la prova dell’esistenza, il dubbio è cifra stilistica nelle decisioni da prendere, soprattutto quando non controlliamo alcunché. Avete dubbi? Seguitemi in questa discettazione improvvisata.
A partire da ogni bambino per cui ogni “Perché?” è un test di robustezza su ogni regola, prova o spiegazione, il dubbio permette anche da grandi di esplorare la coerenza del mondo. Anche se da adulti il dubbio diventa spiazzante: dovremmo sapere, essere sicuri sempre, avere una direzione chiara da seguire senza incertezze, ti pare che non hai ancora capito cosa vuoi diventare da grande? Ma davvero stai ancora ragionando se l’AI è un’opportunità o una sciagura?
“Perchè le foglie hanno questa forma?”
“Perchè la lavatrice gira così veloce?”
“Perchè gli uccelli volano ma i gatti no?”
A queste e simili domande, i nostri genitori avrebbero magari dato risposte più o meno accurate in base alle loro conoscenze e alla loro voglia di aprire un tomo di un’enciclopedia proprio in quel momento o magari sbrigative soprattutto se le avevamo già poste altre 14 volte negli ultimi cinque minuti. Che sciagura crescere in tempi in cui sappiamo tutto o possiamo avere l’illusione di farlo. Non bastavano solo i reel su Instagram a darci risposte per cui non avevamo mai fatto domande, ora abbiamo anche strumenti di intelligenza artificiale che possono rispondere anche di notte e articolare risposte meglio di quanto potremmo farlo noi. Che tentazione dire: ”Ehi, ChatGPT, perchè i pesci non annegano?” ed esternalizzare queste risposte.
In quest’epoca di ottimizzazione permanente, KPIs, predizioni più o meno accurate e strumenti come l’AI che offrono la rassicurazione statistica che tutto possa essere previsto, migliorato e automatizzato, l’arte del dubbio è uno degli ultimi baluardi che ci restano come esseri umani anche se questo ha ovviamente un costo mentale molto alto. L’AI è la promessa che l’imprevedibile possa essere ridotto a una probabilità, ma le probabilità non sono scelte: solo statistiche che non rischiano nulla; l’AI non pagherà le conseguenze di aver risposto a mio figlio che “non possiamo volare perchè non abbiamo le ali” quando proverà a saltare dal divano con delle ali di cartone incollate alle braccia, io purtroppo sì.
Parent Design
In azienda, non solo nel progettare servizi ma abbastanza ovunque nel perimetro aziendale in senso lato, rincorriamo la chiarezza: obiettivi definiti, flussi lineari, frizioni ridotte, esperienze ottimizzate e l’ambiguity è vista come un problema da risolvere. Eppure ogni progetto complesso inizia da un vuoto, con una fase di incertezza radicale: stiamo risolvendo il problema giusto? Gli utenti reagiranno come immaginiamo? La soluzione che oggi mi sembra brillante resisterà alla prova del mercato e del tempo? Queste domande non sono un errore del processo, ma esse stesse il processo, da attraversare senza restarne bloccati.
Anche in famiglia, ogni decisione è presa in condizioni di informazioni incomplete e ogni risposta è provvisoria, ogni “no” potrebbe essere un errore di valutazione e ogni “si” una concessione troppo larga. Allo stesso modo, ogni “perché” di mio figlio, un invito a dubitare della regola solo perché “è così”. In ogni sistema complesso, in azienda come in famiglia, eliminare il dubbio significherebbe irrigidirsi e trasformare regole in dogmi e scelte in automatismi. In un mondo che accelera, in continua automazione e che promette soluzioni immediate, il dubbio è la mia personale forma di resistenza alla semplificazione eccessiva.
Ovviamente, non sto dicendo di restare nel dubbio per sempre: il dubbio è una soglia e non una dimora e a un certo punto bisognerà pur prendere qualche decisione. C’è un momento preciso e molto scomodo in cui bisogna decidere di attraversare questa famigerata soglia, anche se non abbiamo tutte le informazioni. Ma quello che mi interessa indagare oggi è quel millimetro di incertezza tra la domanda e la risposta che è come la puntina del giradischi che si sta per abbassare ma rimane ancora sospesa, in un silenzio zigrinato come tutti i dubbi nella testa: come evolverà il modo di lavorare? Il sugo in frigo sarà ancora buono o va buttato? Quale agente vale la pena di costruire ora? Cosa cambierà nella scuola dei miei figli domani?
La tentazione di farsi dire tutto da un algoritmo che calcola la probabilità migliore di risposta è fortissima, ma a volte è inutile, perchè credo che alcune domande chiedano solo una presa di posizione. Accettare di stare nel dubbio senza ottimizzare o che tutto debba essere previsto o calcolabile è un atto quasi controculturale; o almeno è quello che mi dico io in questi tempi incerti. D’altronde non si può prevedere tutto e, almeno su questo, non ci sono dubbi.
P.S.
Ho chiesto all’AI di rileggere questo articolo e mi ha proposto 5 bullet point per ottimizzarlo. Non avevo dubbi.
Che c’è da leggere?
Ero molto in dubbio, ammetto, su cosa scrivere questa settimana e questo articolo è stato scritto abbastanza all’ultimo, decisamente con troppo poco preavviso per la povera Veronica; quindi questa settimana ho deciso che il libro ve lo consiglio io e vado su un grande classico che era già classico quando eravamo piccoli noi: Il libro dei perchè di Gianni Rodari, edito da Einaudi Ragazzi. Per dirla con le parole di Gianni Rodari, l’uomo prima di parlare doveva avere un enorme punto interrogativo in testa e questo libro raccoglie una serie di domande, non sempre facili, poste da bambini negli anni ‘50 attraverso una rubrica su L’Unità cui l’autore risponde con leggerezza, ironia e molta fantasia. Mi ricordo che quando ero piccola ero molto stupita di leggere in questo libro alcune delle domande che facevo anche io, ma che invece di essere liquidate in modo spiccio erano argomentate, rilanciate e esplorate. Rendere fertile il dubbio è l’unico modo di restare curiosi e su questo Gianni Rodari non aveva dubbi.
Siamo arrivati alla fine anche di questo articolo. Se avete domande, dubbi o segnalazioni, scrivetemi!
Ciao,
Maria Carla




Anche io ho una lista di bullet point:
• adoro Boris
• leggendo mi hai fatto venire voglia di bere un Campari pensando al piacere dell'attesa etc etc
• se so la risposta, mi prendo il tempo di spiegarlo al meglio. Altrimenti dico "chiedi domani alla maestra di scienze" o confesso che non lo so, devi studiarlo tu a scuola per spiegarlo poi a me
• amo il fatto che ogni volta che metti "iscriviti" c'è una frase diversa, in tono con il discorso. Credo ti copieró, l'ho detto!
• il dubbio è una soglia emozionante da attraversare, alla faccia delle sicurezza granitica e noiosa. Più dubbi per tutti!
Bella la metafora della puntina del giradischi!