Mamma che noia
Ovvero: noia, velocità e pacing
Alle tre del pomeriggio di un mercoledì qualsiasi, invece di essere all’asilo, per una serie di circostanze fortuite, mio figlio più grande si aggirava per il salotto in cerca di un’occupazione. Mentre cercavo di capire cosa cucinare per cena, calcolavo quanto tempo avevo prima della prossima call e sentivo la lavatrice che stava finendo i giri, rispondevo con finta pazienza a tutti i “Giochiamo, mamma? Che faccio? Ma quando vieni di qua?”
Riflettevo sulle storture di questa società retta nel precario equilibrio di asili nido, babysitter e nonni (nei casi fortunati) per consentirci di andare a fare dei lavori di cui poi ci lamentiamo (ma pagati) mentre rovesciavo i piselli in una pentola e “Dai, non smontare il divano tesoro”; rimuginavo se non mandare tutto alle ortiche e convertirmi in una trad wife mentre rispondevo su Teams e “Perchè non fai un bel disegno?”; infine, mentre trasferivo i panni in una bacinella per poi stenderli, mi sono stupita del silenzio che veniva dal salotto.
Lo sanno tutti: il silenzio prolungato è il desiderio e il segnale d’allarme più forte per ogni genitore.
Allora mi sono affacciata e ho visto mio figlio sdraiato per terra nella fetta di sole, come i gatti, che contava i pulviscoli di polvere che volteggiavano sopra di lui.
“Ma che fai?” gli ho chiesto
“Mi annoio” mi ha riposto
Che lusso, ho pensato.
Onestamente non mi ricordo qual è stata l’ultima volta che mi sono annoiata e non lo dico nel senso romantico e pinterestiano del termine di stare seduta al sole in un bar da sola ad aspettare un’amica con un taccuino e una gonna a fiori a osservare la gente che passa, ma proprio nel senso vero: noia senza sapere cosa fare, senza sapere come uscirne, senza tirare fuori il telefono e sbriciare su Instagram a guardare vite che sembrano migliori della mia e invece sotto sotto stiamo tutti sulla stessa barca.
Parent Design
Nel design di servizi, esiste un concetto che si chiama pacing: la capacità di progettare esperienze a velocità diverse all’interno dello stesso sistema. Un buon servizio sa quando fare andare l’utente spedito (acquisto in un click, notifica immediata) e quando invece rallentarlo intenzionalmente (una schermata di conferma, un momento di pausa prima di un’azione irreversibile) traducendosi in scelte progettuali che dipendono da cosa deve succedere in quel momento e cosa serve all’utente per farlo bene. Ovviamente, la vita non si può progettare come se fosse un servizio (per fortuna), ma ho l’impressione che, visto che potevamo scegliere, abbiamo deciso di stare quasi sempre sulla corsia più veloce.
Una mia analisi spicciola infatti mi porta a credere che ci sono principalmente due velocità a cui si può vivere oggi. C’è la velocità dell’aggiornamento continuo, dell’essere sempre al passo su quello che succede nel mondo, nel nostro lavoro e nel nostro ambiente di riferimento, di (provare a) essere al passo con le nuove tecnologie e tutte le novità che porta l’AI per (provare a) togliere quella sensazione perenne di osservare il treno che passa senza sapere come saltarci sopra e sentirsi soli alla stazione, e di conseguenza visto che non ci possiamo fermare, ribaltare questa velocità anche sulle persone per cui dobbiamo decidere in loro vece, tipo i nostri figli, e dunque: corsi pomeridiani, attività imperdibili e altre amenità per essere sicuri che anche loro non perdano il passo e proiettando su di loro il nostro horror vacui1.
All’opposto invece c’è un’altra velocità: la vita lenta, tazzine espresso su una terrazza al sole affacciata sul mare, libri aperti, muschio nei boschi e pomeriggi pigri a guardare la polvere che si deposita lenta sul pavimento.
Come si risolve la tensione tra queste due velocità? Come al solito, non ho una risposta, ma ho il sospetto che la domanda sia mal posta. La noia non è o non dovrebbe essere un atto di resistenza, una dichiarazione di principio o una postura estetica; piuttosto è quello che succede semplicemente quando si è presenti e non c’è nient’altro da fare. La noia autentica, quella che non si documenta su Instagram, non è un lusso che si concede: è uno stato che si raggiunge per caso, spesso senza accorgersene, e che è quasi impossibile progettare a tavolino.
Noi adulti, invece, abbiamo trasformato la lentezza in un progetto. Si organizza, si pianifica, si compra il taccuino giusto, si fa il detox digitale come se fosse un weekend benessere, si mette fuori campo il telefono per la foto del telefono fuori campo. E la velocità, dall’altro lato, è diventata una forma di ansia travestita da competenza: aggiornarsi, stare al passo e non perdere mai il filo.
Mio figlio sul pavimento non sapeva di far qualcosa di speciale. Io, che lo guardavo dalla soglia con la bacinella dei panni in mano, sapevo benissimo che stava facendo qualcosa che io non riuscivo a fare: stare fermo in quel millimetro di pausa in cui non succede niente (e quindi proprio per questo potrebbe in potenza succedere qualcosa). Mio figlio in quel millimetro ci è finito per caso, io continuo ad evitarlo con una certa efficienza, ahimè. E non so ancora se questa consapevolezza sia un vantaggio o solo un altro modo per non stare ferma.
Che c’è da leggere?
Veronica oggi ci consiglia non albi noiosi, ma sulla noia:
Ricordo ancora quella volta in cui io e mio figlio, che avrà avuto un anno, ci fermammo a dormire da mia mamma. Alle 8:30 del mattino entrò in camera e ci trovò, insieme al cane, svegli, sdraiati sul letto, a fissare il soffitto. Mi disse: «Ma cosa fate?!». «Gli insegno ad oziare». All’epoca mi sembrava un grande insegnamento, oltre che incredibilmente comodo. Forse avevo ragione.
In Uffa, che noia! (ed. Fatatrac), di Shinsuke Yoshitake, che adoro per la sua ironia e per l’espressività dei suoi personaggi, la noia diventa protagonista di un divertentissimo trattato. Un bambino annoiato, chiaramente solo dopo aver chiesto alla mamma cosa fare, inizia a porsi domande assurde e spassose per capire qualcosa di più sulla noia.
Ci si addentra così in una piccola ed esilarante analisi filosofica, con ipotesi e riflessioni che arrivano all’assurdo, associate alle divertenti espressioni dei personaggi: forse sono noiose le cose che restano sempre uguali? O quelle che non c’entrano niente con noi? O quelle diverse da come le immaginavamo? Com’è un parchetto divertente… e uno noioso? E un luna park? Forse quello noioso ha la ruota panoramica bassa, le montagne russe lente e una casa stregata che non fa paura.
E chi ha inventato la parola “noia”? Mettere trecento persone annoiate tutte insieme sarebbe divertente… o semplicemente trecento volte più noioso?
Il libro si chiude con il papà che, tempestato dalle domande del bambino, conclude: «Quindi, proprio perché esistono i momenti noiosi… tutti gli altri diventano divertenti, no?».
Per quello che ho potuto leggere, e per quello che ho imparato facendo il genitore, la noia è un vero e proprio esercizio. Più lasciamo ai bambini lo spazio per annoiarsi, più imparano a inventarsi qualcosa per uscirne (al netto, ovviamente, delle continue richieste di idee rivolte ai genitori).
Concludo quindi con un altro piccolo capolavoro dello stesso autore che apre a uno dei mille giochi che si possono mettere in piedi con niente: Indovina che cosa sono! (Salani Editore). Una bambina che non ha voglia di dormire e una mamma stremata che piega i panni danno vita a un irresistibile teatrino: la bambina mima le cose più improbabili (una teiera, una molletta, i broccoli troppo cotti della cena, la conchiglia nella zuppa di pesce...) mentre la mamma, esausta, non ne indovina una.
Finché, all’improvviso, la bambina crolla addormentandosi… sotto un secchio.
Ora vi saluto, vado finalmente a stendere i panni rimasti in quella bacinella.
A mercoledì prossimo,
Maria Carla
Se avete letto tutto questo periodo senza mai prendere fiato, è esattamente il tipo di fiatone che mi ritrovo anche io.




Bellissimo articolo. Questo pezzo mi ha fatto riflettere su quanto la noia sia diventata quasi una competenza dimenticata. Non qualcosa da evitare, ma qualcosa che non sappiamo più abitare.
Mi ha colpito soprattutto il passaggio sul pacing: nella progettazione delle esperienze si alternano velocità diverse per aiutare le persone a vivere meglio un percorso. Nella vita, invece, sembriamo aver eliminato quasi del tutto la lentezza, come se il vuoto fosse qualcosa da correggere, da riempire subito.
E così la noia dei bambini diventa quasi destabilizzante. Non perché sia problematica, ma perché ci ricorda una dimensione che abbiamo perso: stare fermi senza uno scopo, senza un obiettivo, senza ottimizzare nulla.
La scena di tuo figlio nella luce, a guardare la polvere, ha qualcosa di profondamente simbolico. Non sta producendo, non sta imparando, non sta migliorando. Sta semplicemente vivendo un momento sospeso. E forse è proprio questo che rende quei momenti così rari e preziosi.
Mi ha fatto pensare che oggi non abbiamo solo riempito il tempo: abbiamo anche riempito il silenzio mentale. E forse la noia, quella vera, è uno degli ultimi spazi in cui può nascere qualcosa di inatteso.