Una casa normale
Ovvero: trasformazione degli spazi in un'intervista a Gaia Spizzichino, aka Normalize Normal Homes
Tutte le case sono diverse ma ognuna è diversa a modo suo. Ci sono case grandi, ampie, lunghe, strette, case luminose e case buie; case Pinterest e case reali; case immobili, pensate una volta per tutte e case in cui gli oggetti cambiano disposizione ogni giorno. Ogni casa inizia con un’immagine di quello che vorremmo che fosse e lentamente scivola verso ciò che è: una fotografia della nostra fase di vita in quel momento. Ma come evolvono le case e come possiamo progettarne il cambiamento?
Dal momento che le case degli altri sono sempre più interessanti delle nostre, ho chiesto a Gaia Spizzichino, aka NormalizeNormalHomes su Instagram, di aprire metaforicamente le porte di casa sua. Con Gaia oggi parliamo di case (ovviamente), di come sono, come cambiano e come sono cambiate, con l’ironia che la contraddistingue mentre coglie una tensione molto contemporanea:
Tutti noi vogliamo delle cose che poi non otteniamo. Vorrei una casa da rivista: bella, pulita, minimal, ordinata… e invece mi ritrovo con i LEGO sul tappeto, che mi vanno sotto i piedi e mi spediscono in codice verde al pronto soccorso.
Quando Gaia parla di “normalizzare” cerca di raccontare un modo molto preciso in cui tutti noi ci ritroviamo:
Viviamo nel divario tra aspettativa e realtà, cercando di colmarlo in qualche modo. La via di mezzo come unità di misura dell’esistenza è il compromesso che racconto online e in cui altri si sono ritrovati.
Quando parla della sua casa attuale, Gaia parte da una domanda molto concreta: per chi è progettato uno spazio? Se non è service design questo.
Prima di avere figli, lei e suo marito vivevano in una casa piccola, pensata per una vita da scapolo. Era una casa che nel tempo si è evoluta ed è diventata il luogo in cui sono diventati famiglia. Quando hanno iniziato a pensare a un ipotetico figlio, però, hanno fatto una scelta precisa:
Abbiamo deciso di prendere una casa con una stanza in più. Una casa pensata appositamente per viverci con un bambino, nei limiti delle nostre possibilità economiche. Che non è un privilegio da poco, perché molto spesso i figli li devi adattare a case che non sono pensate per quell’utilizzo.
Da lì inizia un ragionamento molto progettuale sullo spazio domestico. Un ragionamento che spesso i genitori non fanno e, ahimè, la mia personale esperienza mi porta a rientrare in questa casistica, almeno a giudicare da quanto spesso e velocemente compro e vendo mobili dei bambini:
Quando progetti una cameretta secondo me devi sempre pensarla in prospettiva. Non è solo una nursery per i primi mesi. Devi guardare lo spazio e chiederti: come lo immagino tra tre mesi? Come lo immagino tra tre anni e come tra tredici?
Nel service design è un esercizio che si fa in continuazione: progettare non per lo stato attuale, ma per quelli che verranno, in un continuo esercizio di immaginazione se le scelte di oggi non rappresentino un vincolo per domani. Nella cameretta di sua figlia ogni elemento è pensato in prospettiva, per cambiare funzione nel tempo.
Ora è la camera di un neonata, poi sarà la camera di un bimbetta, poi di un’adolescente; e dove ora metto la libreria montessoriana (fosse mai mi restasse analfabeta senza la suddetta) poi metterò la scrivania, dove lei, in virtù della libreria d’infanzia, poi studierà come Leopardi.
Come ogni ambito della nostra vita che si muove più velocemente di quanto vorremmo, anche gli spazi in casa sono progettati per accogliere questi cambiamenti:
Nulla cambia così velocemente come uno spazio che accoglie un bambino, perché un bambino cresce velocemente e, a maggior ragione, una stanza molto piccola come quella di nostra figlia è pensata per trasformarsi e adeguarsi: il fasciatoio che diventa una cassettiera; l’armadio che ieri conteneva pannolini, copertine, aerosol, oggi è pieno soprattutto di giochi, poi sarà l’armadio di un’adolescente con tutti i suoi vestiti in poliestere.
È quello che nel design si chiama modularità: componenti semplici, combinabili in modi diversi a seconda della fase, che possano fare cose diverse nel tempo senza dover essere sostituite. E non serve avere spazi immensi e immenso potere d’acquisto, tipici delle “case degli adulti”, anzi:
Camera di nostra figlia è francamente un loculo, di poco sopra i mq minimi consentiti. In ristrutturazione abbiamo riadattato gli spazi, creato una nicchia stringendo un po’ il bagno, e mettendo a filo un armadio IKEA che così facendo sembra su misura.
Per Gaia, lo spazio non è fisso, ma modulare e bisogna arrangiarsi come si può:
Purtroppo mio marito non mi ha fatto mettere una vasca in casa. Trovo che sia una grave mancanza, ma lui si trincera dietro la scusa che non ci sono mq sufficienti. Invece la vasca con i bambini è fondamentale, perché è anche un luogo di gioco. Quindi ci siamo organizzati con la vaschetta pieghevole della Stokke sul treppiede e poi per terra, ma vuoi mettere la vasca vera?
Mentre Gaia parla, diventa chiaro che la normalizzazione non è semplicemente raccontare il disordine, ma riconoscere che lo spazio domestico non è uno scenario statico: è un servizio che deve adattarsi ai suoi utenti, a chi lo abita. Le case rivelano molto dei caratteri dei proprietari, finendo con l’assomigliargli molto: la disposizione dei mobili, degli oggetti e degli arredamenti è una fotografia interessante.
Se entri a casa mia e non mi conosci dici: ok questa è una casa di una coppia giovane, quindi di 40 anni (LOL), che ha un bambino piccolo. Ed è evidente perché i suoi giochi occupano una porzione eccessiva del salotto rispetto ai desideri di un adulto. Si vede che è in corso un momento della vita, una transizione.
Nel design, uno spazio, come un servizio, è sempre la fotografia di una fase e non di uno stato definitivo e saperlo cambia il modo in cui lo si abita, senza vederlo come qualcosa da correggere ma leggerlo come qualcosa che si sta evolvendo. E in questo i genitori millennial stanno facendo qualcosa di molto interessante: stanno trasformando la casa da oggetto estetico a sistema vivente, soprattutto in relazione alle case in cui siamo cresciuti:
La “casa degli adulti” si porta dietro tante sacralità e una di queste è il salotto: il salotto era appannaggio dei genitori, degli adulti, il luogo dove dove ricevere gli amici e guai a mangiare un biscotto sulla poltrona altrimenti vengono le briciole; a mia madre penso che abbiano dovuto mettere degli stent per le briciole sula poltrona.
Le case conservano i nostri gesti e le nostre routine più di quanto immaginiamo e in una società in cui nelle mura di casa si svolgono famiglia, lavoro e giochi, gli spazi diventano ibridi, come la zona giorno:
Della mia casa mi piace la zona giorno con un grande (oddio, grande per modo di dire, sempre rispetto agli spazi) tavolo dove si fa tutto: si mangia, si gioca con il didò, si lavora, si disegna e domani si faranno i compiti.
Il famoso “salotto buono” diventa uno spazio polifunzionale, in cui cucina, soggiorno e camera da pranzo convivono in uno stesso ambiente:
L’open space secondo me ha dei lati positivi: è tutto a portata di mano e di sguardo e per un genitore è un enorme vantaggio: mentre prepari la pappa hai tavolo, seggiolone, i già citati giochi da salotto, tutto vicino e in unico ambiente.
Un’altra scelta apparentemente banale nel salotto racconta molto di come cambia la progettazione domestica:
Non abbiamo comprato un coffee table da mettere sul tappeto in salotto: che lo compriamo a fare, se su quel tappeto ci stiamo a giocare? Sarebbe solo un ingombro in più, col rischio di fracassarsi il cranio.
Se avete letto questa newsletter settimana scorsa saprete che avrei voluto la stessa lungimiranza anche io quattro anni fa, facendo quello che nel design dei servizi si fa o dovrebbe fare sempre: progettare non per l’esperienza ideale che abbiamo in testa (o vediamo in una rivista) ma per quella che effettivamente viviamo.
Ovviamente, Gaia non ha eliminato tutti gli oggetti delicati dalla casa, dal momento che non vive in una caverna. Ha piuttosto fatto un’altra scelta: introdurre dei limiti. Quando sua figlia si avvicina a una lampada fragile, le ricorda che quella è una cosa di mamma e papà e non si tocca. Questo è un altro modo di progettare: invece di cambiare il sistema, si cambia il comportamento all’interno del sistema. In una sala riunioni, lo chiameremmo behavioural design e funziona ogni volta che, invece di rimuovere un ostacolo, si definisce una regola condivisa su come starci intorno.
Ma cosa vuol dire “casa”? Come erano le case della Gaia di prima?
Paradossalmente, non ho mai avuto un legame forte con la casa, perché per me è un concetto molto labile; io da piccola ho cambiato casa più o meno ogni 2 anni; e la casa come rifugio e luogo che ci accoglie e poi ci sopravvive non l’ho mai avuta, per questo nel mio libro ho creato un personaggio all’opposto, che avesse invece un’idea di casa molto stabile.
E questo lo fa anche verso il futuro:
Vorrei trasmettere a mia figlia l’idea di una casa che sia soprattutto un luogo di continuità, in primis nella sua memoria.
Alla fine della nostra chiacchierata è diventato chiaro che le case più belle non sono su Instagram:
Le case più belle sono le case vissute e niente come le case con figli rendono questa affermazione vera.
Nell’idea di casa che mi racconta Gaia non c’è la perfezione delle riviste ma una casa che si lascia cambiare, si adatta ed evolve giorno dopo giorno. Ogni genitore è un designer più o meno inconsapevole quando riprogetta gli spazi, ridefinisce le regole, elimina i tavolini e inventa nuovi usi per gli spazi. Non sempre con metodo o consapevolezza e magari non tutti con la stessa lungimiranza; ma ogni volta che succede, stiamo progettando qualcosa: una casa che funzioni meglio e il modo quotidiano in cui i nostri figli crescono.
Che c’è da leggere?
Una vita normale è fatta anche di imprevisti ed è per questo che questa settimana l’albo lo consiglio io: Toc! Toc! Dov’è il mio orsetto?, di Kaori Takahashi edito da Donizelli editore . In realtà non è un albo nuovo: è stato pubblicato per la prima volta nel 2015 ma è ancora in circolazione. Se è vero come è vero che le case degli altri sono sempre le più interessanti, in quest’albo avrete la possibilità di sbirciare nelle case di un intero condominio accompagnando la protagonista alla ricerca del suo orsetto scomparso. Ci sono case sommerse e case in cui si prende il tè con una tartaruga, case con un bosco dentro e case piene di libri, case lontanissime da quella da dove è partita la bambina ma ognuna racconta qualcosa su chi la abita, come in ogni casa normale.
Spero che questa intervista a Gaia vi sia piaciuta almeno quanto è piaciuta a me. Prendetevi pure la libertà di abitare questo spazio come meglio credete: scrivetemi, commentate, condividete o salvate questo articolo.
Ciao,
Maria Carla









Che bello aver scoperto questa newsletter, adesso recupero le altre. Da qualche tempo la casa è diventata il centro della mia ricerca a livello letterario e filosofico, di pari passo sto ristrutturando una casa che ha accolto l’infanzia dei miei figli nella dimensione più libera e misteriosa e sto cercando di preservare qualcosa di quel passato ma preparandola a un futuro in cui immagino di invecchiare e aspettare altre infanzie. Questa newsletter mi ha riportato proprio a questo pensiero fondamentale: perché sia vera la casa va immaginata ❤️
io l'ho fatto il ragionamento, sono una fortunata, due figli e due stanze.
Ognuno il proprio spazio, che usano pero' solo per dormire.
Da piccoli giocavano in salone e giochi sparsi ovunque, i loro amici sempre tra cucina e salone che mica li possiamo lasciare da soli al piano superiore. Da grandi studiano sul tavolo della cucina, non sulle scrivanie progettate per lo scopo e invitano i loro amici che occupano tutta la casa e mai le loro stanze. Sono passata dai lego in salone al vocabolario di greco e le loro stanze sempre vuote.